8 settembre o8 -
da Wall Street Italia : Come capire quando si è toccato il fondo - Il fatto che si possa intravedere l’attenuazione di qualche fenomeno negativo nel corso dei prossimi mesi non deve indurre a prendere nuovi rischi. E' vero che i mercati toccano il fondo uno o due trimestri prima della ripresa, ma...
Nel suo primo anno la crisi è stata un mostro a tre teste, stagnazione,
inflazione e riduzione della leva. La riduzione della leva, a sua
volta, si è triforcata in riduzione della leva immobiliare, di quella
bancaria e di quella personale.
Un aspetto preoccupante è che le tre teste sono nate ognuna con vita
propria. Il rallentamento globale ci stava tutto dopo cinque anni di
crescita e non aveva bisogno dell’inflazione o della riduzione della
leva per manifestarsi, perché bastava il pieno uso, non più
espandibile, delle risorse disponibili.
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da www.icn-news.com: Globalizzare la fame, mercati senza regole generano miseria
Nel giro di pochi mesi due miliardi di persone potrebbero trovarsi nella poco invidiabile condizione di non poter più mettere in fila due pasti al giorno. Sono ormai decine gli Stati, per adesso fra i più poveri nel mondo, in cui dilagano le proteste per l'aumento indiscriminato di tutti i generi di prima necessità . L'Organizzazione dell'Onu ha recentemente diffuso il rapporto «Crops Prospect and Food situation», comunicando che la bolletta cerealicola delle nazioni più povere aumenterà del 56 percento negli anni 2007-2008. Il dato è allarmante se pensiamo che già in 12 Paesi del mondo si sono scatenati gravi disordini interni dovuti al problema della fame.
Nelle Filippine è in corso una gravissima crisi alimentare e il governo minaccia di condannare all'ergastolo chi si accaparra il riso per rivenderlo a prezzo maggiorato.
In Thailandia, in Pakistan, in Messico e in tutta l'Africa il prezzo dei cereali è aumentato del 50 percento e l'esercito deve necessariamente fare la guardia ai terreni per difenderli dagli attacchi dei banditi. ... Continua su www.icn-news.com
da greenreport.it: Un´economia senza governo danneggia gli obiettivi mondiali di sviluppo
LIVORNO. Nel suo "Trade and development report 2008 - Commodity prices,
capital flows and the financing of investment", la Conferenza sul
commercio e lo sviluppo dell´Onu (Unctad) sottolinea che le attuali
turbolenze economiche e la minaccia di instabilità legata alla
speculazione dimostrino la necessità di una governance finanziaria
mondiale.
Secondo l´Unctad, «la produzione mondiale dovrebbe crescere del 3%
circa nel 2008, si tratta di quasi un punto in meno che nel 2007». Per
il rapporto, questo è l´effetto dell´incertezza e dell´instabilità dei
mercati finanziari, monetari e dei prodotti di base internazionali, che
si aggiungono ai dubbi sull´orientamento della politica monetaria di
alcuni grandi Paesi sviluppati, questo contribuisce a rendere fosche le
prospettive dell´economia mondiale e potrebbe presentate dei rischi per
i Paesi in via di sviluppo che rimangono «molto vulnerabili alle
fluttuazioni dei prezzi dei prodotti di base».
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da Equilibri.net: Italia: energia e ruolo nello scacchiere Euro-Mediterraneo (I parte)
La rilevanza strategica del tema energetico, all’interno delle politiche di sviluppo, risulta oggi evidente: i delicati equilibri geopolitici appaiono, infatti, fortemente influenzati dalle strategie e dalle dipendenze energetiche dei vari Paesi. L’inizio del XXI secolo ha registrato notevoli incrementi della domanda energetica, soprattutto da parte dei Paesi di recente industrializzazione che presentano le maggiori crescite percentuali del prodotto interno lordo, quali Cina ed India. Parallelamente all’incremento della richiesta di energia, si è rilevato un inasprimento delle tensioni sul mercato dei prodotti raffinati ed un aumento indiscriminato del prezzo del greggio.
da greenreport.it: Economia (di mercato) canaglia - Sfogli il Sole24Ore alla ricerca di qualche buona notizia. Un segnale incoraggiante, anche piccolo, che ti illuda che le tensioni sui mercati e la crisi economica mondiale almeno scalfisca qualche convinzione sul fatto che il nostro modello di sviluppo se non è proprio da cambiare almeno è da riorientare verso una maggiore sostenibilità sociale e ambientale. Ma così non è. Il rapporto Stern prima e le relazioni finali dell’Ipcc dopo, premiate tra l’altro con il Nobel, sembrano lontani e polverosi ricordi.
Eppure l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, per dirne una, continua a creare danni. Di oggi la notizia degli indici in forte calo ieri a Wall Street, scrive il Sole a pagina 2, «con gli scambi schiacciati dalla congiuntura economica e dalle aspettative di crescita dell’economia». Si parla di 12 delle 14 più importanti catene distributive Usa che hanno marcato i target e del 170 miliardi di capitalizzazione andati in fumo in Europa.
Curioso poi che Ken Perkins, direttore generale della società di ricerca Retail Metrics, individui una delle cause della situazione, nel fatto che «I consumatori si concentrano sui beni di prima necessità e cercano, con maggiore attenzione, i prodotti con i prezzi più bassi. Con inevitabili conseguenze sul business». Davvero una disdetta, non c’è che dire! Difficile (?) tra l’altro mettere in relazione quanto sostiene Perkins con il fatto che in America la disoccupazione è andata oltre le previsioni di circa 15mila unità…
Vogliamo poi parlare del petrolio? Quando volava verso quota 200 dollari sembrava l’apocalisse, ora che è sceso a 107 non risolve, pare, i problemi della borsa Usa e si scopre che le compagnie potrebbero avere manipolato i dati sulle riserve petrolifere – c’è un’inchiesta in corso – in quanto «avrebbero avuto interesse a comunicare riserve inferiori alla realtà per poi beneficiare dei conseguenti aumenti del prezzo del barile».
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da Il Sole 24 Ore : Al voto l'Angola del boom petrolifero
Oggi in Angola si vota. Ed è la prima volta in 16 anni, quando, nel 1992, la guerra si fermò, per poi riprendere subito dopo il ballottaggio boicottato dall'opposizione. Le recenti tornate elettorali nei vicini Paesi africani non sono di buon auspicio. Dopo i gravi disordini seguiti al contestato voto del dicembre scorso, il Kenya vacilla ancora. Quanto allo Zimbabwe, sprofondato nella peggior crisi economica d'Africa, è come se il voto non fosse mai avvenuto. A due anni dalle storiche elezioni presidenziali nella vicina Repubblica democratica del Congo sono tornati a spirare venti di guerra nelle riottose regioni orientali. In Angola, tuttavia, la situazione è un'altra. Il rischio violenza è ridotto. Là comanda un solo uomo, José Eduardo Dos Santos, presidente da 29 anni e leader del Movimento popolare per la liberazione dell'Angola, meglio noto come Mpla, al potere dall'indipendenza dal Portogallo, nel 1975.
L'Angola è un Paese importante, interessa a tutti o quasi, soprattutto di questi tempi. Abbondano le materie prime, molte delle quali non ancora sfruttate a causa della lunga guerra civile (1975-2002). Gli occhi sono puntati soprattutto sui diamanti e sul petrolio, la vera ricchezza nazionale. Se le estrazioni non hanno già raggiunto due milioni di barili al giorno, ci manca pochissimo. Nel corso di quest'anno, in alcuni periodi il Paese, entrato nell'Opec a inizio 2007, ha strappato alla Nigeria il primato di primo produttore africano.
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31 agosto o8 -
da Come don Chisciotte " Usa: in Caucaso finisce la grande illusione" di Pino Cabras -
Caucaso 2008: un punto di svolta.
La
grande stampa non se n'è accorta subito, ma la guerra caucasica
dell'agosto 2008 è uno degli eventi più importanti degli ultimi
vent'anni. Segna un passaggio molto delicato, per molti spiazzante. Dopo
l'11 settembre 2001 fu recitato il mantra del “nulla sarà come prima”.
La formula andrà rispolverata, magari in modo più giudizioso. Non
potranno essere più “come prima” né l'autopercezione dell'Occidente
atlantista, né la valutazione che questo mondo dà della Russia
putiniana, né si potrà più pensare di prendere decisioni con
implicazioni militari nei confronti di Mosca con l'illusione che non
abbiano un prezzo salatissimo da pagare, e subito. Si è già consumato
tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più
presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del
nostro secolo.
La cosa che più mi ha colpito è lo stupore dei
georgiani di fronte alla determinazione della reazione russa alle
azioni scellerate del loro governo. L'inconsapevolezza che regna non
dico fra le nostre popolazioni ma anche fra le nostre classi dirigenti
è della stessa pasta di quella di Tbilisi...
Continua su comedonchisciotte
da ilprofessorechos.blogosfere.it - "Cosa nasconde la crisi tra Georgia, Nato e Russia?" di Luciano Vecchi, cioè il sottoscritto.
Sembra che in Occidente la crisi Georgia, Nato, Russia venga rivisitata in maniera piuttosto diversa da come la si vede oltre la ex cortina di ferro. Il fatto è che la Russia ha schierato i carri armati e le sue truppe in Ossezia del Sud per salvare la vita di civili e ristabilire la pace. A vederla così è Mikhail Gorbaciov, che nella crisi tra Georgia e Russia nota un atteggiamento forse un po' troppo disinvolto da parte georgiana.
Dopo un periodo di relativa calma, mantenuta in Ossezia del Sud dalla forza di peacekeeping composta da russi, georgiani e osseti, ecco che, improvvisamente, nella notte tra il 7 e l'8 agosto qualcosa non va per il verso giusto... "Montare un attacco militare contro innocenti è stata una decisione avventata le cui tragiche conseguenze, per migliaia di persone di diverse nazionalità, ora sono chiare" ha scritto Mikhail Gorbaciov in un articolo sul Washington Post ("A Path to Peace in the Caucasus", Mikhail Gorbachev, Washington Post). L'attacco militare georgiano nella capitale Tskhinvali in Ossezia del sud è stato fatto con lanciarazzi multipli progettati per devastare la zona. La leadership georgiana avrebbe potuto compiere un'operazione del genere, soltanto se incoraggiata dall'amico americano, il quale, oltre a sofisticate attrezzature militari, acquistate peraltro da un certo numero di paesi, ha fornito centinaia d'istruttori militare alle Forze armate georgiane. Questo, assieme alla promessa di adesione alla NATO, hanno incoraggiato i leaders georgiani nel credere che avrebbero potuto uscirne con una "guerra lampo" in Ossezia del Sud ... La Russia ha dovuto rispondere: accusarla di aggressione contro "la piccola e indifesa Georgia non è solo ipocrita ma mostra mancanza di umanità". L'esercito georgiano non aveva alcuna possibilità di vincere una guerra contro la Russia. Il vero obiettivo era quello di attirare l'esercito russo in una trappola. Coloro che hanno pianificato il piano statunitense sperano di fare ciò che è stato fatto in Afghanistan: attirare l'esercito russo in una lunga e sanguinosa guerra tipo Cecenia: mettere a repentaglio le loro truppe di guerriglia contro le forze armate georgiane, addestrate da militari statunitensi e agenzie di intelligence. Il conflitto sarà condotto nel nome di liberare la Georgia dall'imperialismo russo e fermare così Putin prima che possa prendere il controllo sugli oleodotti attorno al Mar Caspio. Molto di questo argomento è già apparso nei principali media o è stato discusso dall'elite politica americana.
Nel frattempo, i combattimenti nella regione del Caucaso hanno deviato l'attenzione dalla massiccia armata delle forze navali statunitensi che attualmente veleggia verso il Golfo Persico per tenere sotto controllo le mosse dell'Iran. Proprio un paio di settimane fa è terminata nell'Oceano Atlantico l'operazione Brimstone: war games navali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia, il cui scopo era di progettare una simulazione di blocco navale dell'Iran e la probabile risposta iraniana.
Ma Gorbaciov non è il solo a prendere questa posizione, c'è anche Zbigniew Brzezinski, l'ex consigliere di politica estera del presidente Jimmy Carter,
il quale, due mesi prima dell'invasione georgiana in Ossezia del sud,
ha presentato una linea di base che sarebbe stata usata contro la
Russia. L'articolo è stato pubblicato sul sito Web di Kavkazcenter (http://www.kavkazcenter.com/eng/content/2008/06/13/9798.shtml ).
Brzezinski dice che gli Stati Uniti prevedono casi di possibili minacce da parte della Russia, direttamente sulla Georgia, con l'intenzione di prendere il controllo degli oleodotti di Bacu-Ceyhan, nel sud del Caucaso. In questo modo la Russia tenderebbe ad isolare la regione dell'Asia centrale dall'accesso diretto dell'economia mondiale, specialmente per le forniture di energia. Il governo della Georgia destabilizzato, porterebbe a limitare l'accesso occidentale a Baku nel Mar Caspio che in seguito sarebbe limitato.
Secondo Brzezinski è assurdo pensare che la Russia, dopo essere uscita da due inutili guerre in Cecenia e in Afghanistan, e dopo anni di povertà e disordini sociali, seguiti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, avrebbe scelto di intraprendere una guerra sull'energia con la forza nucleare americana. Sarebbe una follia completa!
Le speculazioni di Brzezinski sono parte di un più ampio racconto, creato appositamente per i media occidentali per fornire una motivazione della prossima aggressione contro la Russia.
Brzezinski non è solo l'architetto della campagna dei mujahadin contro la Russia in Afghanistan negli anni 1980, ma è anche l'autore di "The Grand Chessboard (la grande scacchiera) -American Primacy and it's Geostrategic Imperatives", la teoria che opera dietro la guerra al terrorismo, che coinvolge un massiccio intervento degli Stati Uniti in Asia Centrale per il controllo delle risorse vitali.
"The Grand Chessboard" è la versione del Great Game. Il libro inizia con questa dichiarazione rivelatrice: "Da
quando i continenti hanno iniziato a interagire politicamente, circa
cinquecento anni fa, l'Eurasia è stata il centro della potenza nel
mondo... La chiave per il controllo dell' Eurasia, dice Brzezinski, è il controllo delle repubbliche dell'Asia centrale."
28 agosto 08 -
da movisol.org - "Helga Zepp-LaRouche sulla crisi strategica: si va verso la terza guerra mondiale?"
"O si pone un freno immediato alle provocazioni geopolitiche ed imperiali contro la Russia - quale l'attacco contro l'Ossezia del Sud da parte del governo fantoccio della Georgia, e l'accordo USA-Polonia per instaurare una base antimissilistica in Polonia - oppure potremmo vedere una brusca accelerazione verso la terza guerra mondiale. Spinta dal crollo progressivo del sistema finanziario mondiale, la fazione britannica sta cercando di circondare la Russia e la Cina per costringerli ad arrendersi, ma scherzano con il fuoco. È un gioco pericoloso di Vabanque che potrebbe distruggere la civiltà umana. Questa politica di origine britannica, appoggiata dagli Stati Uniti, prevede anche un possibile attacco militare all'Iran, opzione che non è stata assolutamente scartata.
da www.opinione.it - "Ambiente e sviluppo economico di Guglielmo Quagliarotti"
Se un fine statista come Napoleone (che al pari di Giulio Cesare univa al genio militare quello politico) amava ripetere con sano realismo che “l’argent fait la guerre”, mai come negli ultimi tempi l’accresciuta domanda di materie prime come cibo e petrolio, ha clamorosamente riaffermato questo principio. Già, perché mentre al G8, come ha ricordato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è parlato di dare il via alla progettazione e alla costruzione di mille centrali nucleari nel mondo per soddisfare la domanda di energia dei paesi emergenti come Cina e India, gli scenari geopolitici mondiali continuano ad essere dominati (basti pensare alla lotta che si svolge dietro il sipario dell’Opec) dai prezzi dei futures del greggio a New York, da mosse e contromosse dei paesi produttori mondiali del greggio come l’Arabia Saudita e l’Iran, ma anche dal Venezuela e dalla Russia sul fronte del gas. Continua QUI
da politicamentecorretto.com - "Russia e Georgia, la questione geopolitica della regione si gioca sul piano energetico"
Il conflitto ormai dichiarato tra Russia e Georgia, nato con il caso del fronte separatista dell’Ossezia del Sud ed in particolare con gli scontri nella regione di Tskhinvali, porta alla luce ancora una volta un problema ben più complesso che la semplice disputa tra etnie e religioni. La questione geopolitica della regione si gioca infatti su aspetti più articolati, primo fra tutti quello energetico e dei corridoi di trasporto e commercializzazione del gas. Il caso della Georgia è identico a quanto accaduto in Ucraina. Nel caso ucraino la “rivoluzione arancione” del premier Tymoshenko è stata accantonata a causa dello strangolamento di Mosca sulle forniture di gas. Stesse pressioni economiche adottate dal Cremlino verso Tbilisi, colpevole di appoggiare i separatisti dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. E’ la realpolitik dei prezzi dell’energia, che il gigante russo adotta verso gli ex alleati non più fedeli alla geopolitica di Mosca.
Uno dei principali problemi della rete di distribuzione del gas russo è costituito dalla sua struttura originaria che risale all’epoca sovietica e, pertanto, risente della filosofia ispiratrice dell’URSS, ovvero la centralizzazione. Va ricordato che circa il 90 per cento delle esportazioni di gas russo diretto all’Europa occidentale e ad altre aree passano per l’Ucraina, poiché le pipelines convergono in un punto localizzato di una regione dell’Ucraina prossima ai confini di Polonia, Slovacchia, Ungheria e Romania. Continua QUI
10 agosto 08 -
da Repubblica - "E tutti sparavano sul quartier generale" di Eugenio Scalfari
TANTE cose che accadono tutte insieme e delle quali ci sfugge il senso.
Tante casematte munite di potenti cannoni che sparano da parti diverse
sul Quartier Generale. Ma esiste ancora un Quartier Generale? Tanta
confusione sotto il cielo che segnala l'emergere d'una nuova storia.
Oppure è la vecchia storia che sotto forme diverse si ripete con
inevitabile monotonia? Il potere.
Quella che sta andando in scena a tutti i livelli è ancora una volta
l'eterna vicenda del potere, quello mondiale e quelli locali, scontro
di poteri vecchi e nuovi, terremoti improvvisi e scosse di
assestamento. Aumentano dovunque le diseguaglianze. Tra ricchi e
poveri, tra esclusi e inclusi, tra giovani e vecchi, tra istruiti e
ignoranti, tra sani e malati, tra Nord e Sud e Est e Ovest, tra
religioni e miscredenze, tra maschi e femmine, tra fanatici e
tolleranti. Le popolazioni del pianeta hanno le convulsioni e non
sappiamo se esse anticipano un generale declino o piuttosto una nuova
aurora. Del resto non è la prima volta e il XX secolo è stato
attraversato da fenomeni analoghi. Ma questo che si sta svolgendo sotto
i nostri occhi è amplificato dalla tecnologia. Avviene ed è percepito
dai quattro angoli del mondo in tempo reale e questo fa la differenza.
I giochi olimpici si svolgono in un immenso paese dominato da un regime
autocratico che si sta modernizzando con un tasso di crescita dell'8
per cento l'anno. Un miliardo e 300 milioni di anime delle quali almeno
un terzo sono già incluse nella civiltà dei consumi mentre un altro
terzo vi entrerà tempo una o due generazioni.
L'autocrazia spinge e regola il mercato. Pervasa dalla corruzione come
tutte le autocrazie e come tutte le democrazie, l'austerità non alligna
in nessun luogo dalla Grecia di Pericle alla Roma dei Cesari, dalla
Compagnia delle Indie alle Corti del Rinascimento.
I giochi
rappresentano uno scenario ideale per celebrare la lealtà sportiva e
l'amicizia tra i popoli in un contesto di lotte sordide e corposi
interessi. In piccolo ne vediamo la ripetizione domestica per quanto
sta accadendo all'Expo milanese: Moratti, Tremonti, Formigoni, Ligresti
e i leghisti del Dio Po. Spettacolo consueto, niente di nuovo.
Ma a Pechino la posta è immensamente più grande. Una grande potenza
emergente si presenta ufficialmente al mondo gettando sul piatto della
bilancia il peso della sua forza demografica, economica, politica,
militare. La Cina si apre scaricando sul resto del mondo la sua domanda
di petrolio, di materie prime, di manufatti, la nube tossica del suo
inquinamento, il vincolo tra potere autocratico e sviluppo economico.
Ancora una volta i contadini pagano il prezzo del risparmio forzato e
dell'accumulazione del capitale. L'esercito di riserva fornisce il
combustibile necessario a modernizzare il paese dei "mandarini" e del
Celeste Impero.
* * *
Nelle stesse ore è scoppiata la guerra tra Russia e Georgia. Mentre
scriviamo i bombardieri distruggono il porto principale della Georgia e
sganciano razzi e bombe sulla regione. La posta apparente è l'Ossezia
del Sud, un lembo di terra montuosa senza importanza geopolitica ed
economica. Ma dietro un minuscolo problema di sovranità c'è
l'aspirazione della Georgia ad entrare nella Nato e il desiderio
dell'America di accoglierla mettendo un'ipoteca caucasica sul fianco
della Russia. Il Caucaso è una terra di cerniera tra Occidente e
Oriente, tra il Caspio e il Mar Nero. Lo fu per Alessandro il Grande,
lo fu per i mongoli, lo è stato per l'impero inglese ed ora per gli
Stati Uniti, ricco di petrolio e sede di transito dei grandi oleodotti
che arrivano fino alla Mesopotamia e al Mediterraneo.
La Georgia è la chiave di quella zona del mondo. Il suo esempio di
indipendenza può contagiarsi in vasti territori dell'Asia Centrale, le
repubbliche islamiche che premono anch'esse per entrare nella galassia
euro-americana fino all'Ucraina e alle terre cosacche.
Perciò la reazione
russa sarà durissima come lo fu ai tempi di Shevardnadze, il grande
comprimario della "perestrojka" ai tempi di Gorbaciov e poi dittatore
della Georgia fino alla rivolta popolare che portò alla sua caduta.
Ma lo scossone georgiano sarà avvertito anche a migliaia di chilometri
di lontananza. Avrà ripercussioni sulla lotta all'ultimo voto tra
Barack Obama, e John McCain, tra i democratici buonisti e i
repubblicani intransigenti e conservatori. Bush ha dato per primo il
segnale e McCain l'ha seguito a minuti di distanza. Obama ci ha pensato
tre ore per allinearsi ma la sua credibilità è scarsa su questo tema;
le bombe dei bombardieri russi su Tbilisi spostano voti preziosi in
Pennsylvania e in Texas, sulla costa occidentale e nelle grandi pianure
dell'Ovest.
Accade intanto un fatto strano: il prezzo del petrolio diminuisce da
due settimane dopo aver superato il traguardo dei 160 dollari al
barile. Si pensava che la guerra nel Caucaso lo riportasse al rialzo e
ce n'erano parecchi motivi, invece, quando già tuonavano i cannoni e si
accatastavano centinaia di morti, il prezzo del greggio ha toccato il
minimo di 115 dollari. Le scorte Usa sono in aumento.
Contemporaneamente il dollaro si apprezza rispetto all'euro che da 1,60
è sceso in pochi giorni a 1,50.
Petrolio debole, dollaro più forte. Chi pensava che l'ascesa del
greggio fosse frutto prevalentemente della speculazione e proponeva
lotta ad oltranza per stroncarla si dovrà ora ricredere: la
speculazione precede, come è suo utile compito, l'andamento reale delle
curve di domanda e di offerta; quando la domanda supera un'offerta la
speculazione gioca al rialzo ma quando si indebolisce gioca al ribasso.
Ora la domanda dei
consumatori occidentali è in drastica riduzione, il prezzo era andato
troppo in alto, i consumi in America e in Europa si sono contratti, la
speculazione punta dunque al ribasso. Le proposte e la diagnosi di
Tremonti erano sbagliate e non faranno passi avanti.
Il dollaro segue il petrolio: aumentano e diminuiscono insieme. Ma
prima che questi movimenti si ripercuotano sui mercati locali passerà
un tempo tecnico la cui durata dipende da vari fattori: la lunghezza
dei circuiti distributivi, le loro malformazioni monopoloidi, la
mancata liberalizzazione delle catene commerciali ed anche alcune
imposte mal pensate. La Robin Tax su petrolio ed energia è una di
quelle, dovrebbe dare un gettito di oltre 4 miliardi che in gran parte
si trasferiranno sulle bollette dei consumatori, ma ne daranno assai di
meno se il consumo diminuirà come sta avvenendo, con inevitabili
ripercussioni sul gettito.
In realtà lo spettro della "stagflation" si aggira sull'Europa e
sull'Italia in particolare che da due trimestri è a crescita zero. Se
il terzo avrà lo stesso andamento o peggio, saremo per la prima volta
dopo molti anni ufficialmente in recessione. I sindacati sono
preoccupati, le industrie e il commercio sono preoccupati, Emma
Marcegaglia è preoccupata e anche Tremonti lo è. Se cercate uno che non
lo sia lo troverete facilmente nel "premier" Silvio Berlusconi che
ringrazia la sua squadra di governo e ritiene che la legge finanziaria
appena approvata sia la migliore del mondo, loda il suo superministro
dell'Economia e promette che passata la buriana saremo più forti di
prima.
"Più forti e più felici di pria". Ricordate il Nerone di Petrolini?
"Grazie" gridava una voce dalla piazza. "Prego" rispondeva
Nerone-Petrolini con la cetra in mano dagli spalti del Palatino.
"Grazie" "prego", "prego", "grazie", "prego" in uno scambio sempre più
rapido ed esilarante. Tito Boeri nel nostro giornale di ieri ha
qualificato come pessima la Finanziaria di Tremonti. Non ripeterò se
non per dire quanto sia falsa l'affermazione "non metteremo le mani
nelle tasche degli italiani, ma taglieremo le spese". Tagliare gli
sprechi è un conto, tagliare 16 miliardi di spese è un conto diverso.
Quel taglio significa mettere le mani nelle tasche degli italiani; che
altro avviene infatti quando si tagliano stipendi, contributi agli enti
locali, minori posti letto e chiusura di ospedali, imposizione di
ticket, peggioramento dei servizi? Crescita zero del reddito?
Inflazione? Non è un altro modo di mettere le mani nelle tasche?
Pensate che sia un modo indolore?
Se si tagliano così
profondamente e indifferenziatamente le spese, bisogna compensarle in
qualche modo. Bisogna scegliere chi si può penalizzare e chi no. Una
cosa è certa: la tassa inflazione colpisce i redditi fissi cioè il
lavoro. Qualcuno ci rimette, qualcuno ci guadagna, anche qui a livelli
diversi si riproducono diseguaglianze e lotta per il potere. Nulla è
neutrale e chi vuol darcela da bere è un emerito imbroglione.
Post Scriptum 1. Due giorni dopo l'entrata in scena dei militari nel
sistema della sicurezza pubblica alcune villette di Sabaudia (chissà
quante altre in tutta Italia) sono state depredate dai ladri. Tra di
esse quella affittata da Veltroni in cui dormivano la moglie e la
figlia. Ma dov'erano quella sera i lancieri di Montebello? Caro Walter
non ti fidare: i ladri se ne fregano delle ronde interforze che magari
arresteranno un marocchino in più ma non riusciranno ad ottenere un
furto in meno. Meglio ingaggiare un vigilante privato. Costa, ma dà
lavoro e protegge.
Post Scriptum 2. Sento dire che l'amico Giuliano Amato è amareggiato
perché alcuni del Pd criticano la sua accettazione della presidenza di
una Commissione voluta congiuntamente dalla Regione Lazio
(centrosinistra) dalla Provincia di Roma (idem) e dal Comune capitolino
(Alemanno). Amato ritiene che una Commissione bipartisan sia utile a
svelenire gli animi e ad avviare un dialogo costruttivo tra le forze
politiche, sia pure a livello locale, sulla linea anticipata dal
Presidente Napolitano.
Personalmente credo che Amato abbia ragione ma qualche dubbio ce l'ho
anch'io. Non sull'esistenza della Commissione e tanto meno sulla
presidenza di Amato, ma sui compiti affidati a quell'organismo. Che
deve fare? Si dice: studiare la nuova architettura istituzionale della
Capitale. Ma ci vuole una Commissione per questo? Si scavalcano i
Consigli comunali provinciali regionali? O se ne occupa una Commissione
esterna o se ne occupano i Consigli, una delle due entità è uno spreco
di troppo. Ma si dice anche che la Commissione dovrà fornire idee sul
futuro della Città eterna. Che genere di idee? Coltivare il pistacchio
nei prati dell'Eur sarebbe un'idea? Istituire un servizio di
mongolfiere o di elicotteri tra l'aeroporto di Fiumicino e la terrazza
del Pincio sarebbe un'idea?
Mi viene in mente una poesia satirica del Ragazzoni che aveva come suo
principale hobby quello di scavare buchi nella sabbia. "Sento intorno
sussurrarmi che ci sono altri mestieri / Bravi, a voi! scolpite marmi /
combattete il beri-beri /coltivate ostriche a Chioggia / filugelli in
Cadenabbia / fabbricate parapioggia / io fo buchi nella sabbia".
- 08 agosto 08 -
da Finanza online - Mercati Asiatici : Ragion di Stato
C´è una società che fornisce acqua a circa 110
milioni di persone in tutto il mondo, raccoglie e tratta i rifiuti di
50 milioni di persone e gestisce i trasporti pubblici in 27 paesi che a
causa del calo del dollaro e del rincaro dell'energia ha dovuto
impegnarsi a fare dismissioni in vista la flessione dell'utile nel
primo semestre.
La società, Veolia Environnement, numero uno
mondiale nel settore del trattamento delle acque è francese, già prima
che i costi delle materie prime raggiungessero livelli record aveva
identificato la Cina come principale area di crescita per il proprio
business. In settembre aveva opportunamente firmato un contratto da
2,65 miliardi di euro per fornire acqua potabile a Tianjin per 30 anni
ottenendo in cambio una quota del 49 percento in Tianjin Shibei Water
Company Ltd., joint venture con Tianjin WaterWorks (Group) Company Ltd.
Non è passato nemmeno un anno ed ecco che un fondo di
investimento statale cinese, il China Investment Corporation si
preoccupa di farci sapere tramite Henri Proglio, amministratore
delegato della società francese, di aver acquisito circa 5 milioni di
azioni di Veolia pari a circa l´ 1.5% del capitale. Il titolo ieri
volava e la crisi degli utili pare superata.
Casualmente in
questi giorni l'Eliseo con un comunicato ha reso noto che il presidente
francese Nicolas Sarkozy non incontrerà il Dalai Lama durante la visita
di quest'ultimo in Francia dal 12 al 23 agosto precisando che "si
comprendono le ragioni che conducono il Dalai lama, tenuto conto delle
circostanze, a non chiedere un incontro" con il capo dello stato.
Possiamo
in questo caso ipotizzare la ragion di Stato ? La Teoria della ragion
di Stato è una teoria filosofica e politica secondo la quale ogni
azione dello Stato, se necessaria per il bene dello Stato stesso, è
legittima, indipendentemente dalla sua moralità.
E adesso
chiediamoci : Chi conoscete che sta anteponendo il proprio personale
interesse a quello dello stato ? Stavate pensando a "Lui" ? La domanda
non voleva essere era così facile. Io pensavo invece al presidente
americano George W.Bush, che da ieri e' nella capitale cinese per
partecipare alla cerimonia d' apertura delle Olimpiadi e che ha
rinnovato oggi le sue critiche alla Cina, chiedendole di consentire la
"libertà d' espressione" dopo aver inaugurato la nuova sede dell'
Ambasciata americana, nel vecchio quartiere delle legazioni straniere
nei pressi della centrale piazza Tiananmen.
Formalmente, con
una piccata risposta, il ministero degli esteri di Pechino ha respinto
le critiche bollandole come "interferenze negli affari interni della
Cina". Praticamente i cinesi, contro il volere degli americani, hanno
provveduto a svalutare la propria divisa verso il dollaro di quasi l´1%
in 15 giorni rendendo più competitive le proprie esportazioni verso gli
Stati Uniti.
Quando un mese fa, al termine di un colloquio al
termine del G8 tra Hu Jintao, presidente della Repubblica Popolare
Cinese nonchè Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e capo
delle forze armate del paese e George W.Bush, dichiarò "di non vedere
l'ora di assistere alle Olimpiadi alle prestazioni degli atleti
americani" e chiese sorridendo al collega cinese di dargli una mano a
trovare i biglietti per la partita di basket Usa-Cina, il presidente Hu
Jintao rispose ringraziando Bush per la sua opposizione ad una
politicizzazione dei giochi olimpici.
"Se mi aiuterete a
trovare un biglietto ve ne sarò molto riconoscente" disse George
W.Bush. Il biglietto lo hanno trovato, ma si sono dimenticati di dire
che non era gratis.
Le Olimpiadi iniziano oggi. La riconosceza dei cinesi per chi avrà pensato allo sport e alla ragion di Stato arriverà dopo.
da Emilianet: La Cina al centro del mondo
Per la prima volta nella sua storia millenaria la Cina tiene davvero fede al significato del suo nome: il paese di mezzo, il paese al centro del mondo. Il Paese del più grande boom economico della storia, il Paese dei gulag e delle esecuzioni capitali, il Paese-continente sarà davvero il centro del Mondo. Con tutte le sue contraddizioni, che sono anche le nostre
In Italia erano da poco passate le 14. In Cina invece l’ora fatidica è scattata alle 08:08:08 del pomeriggio dell’ottavo mese dell’ottavo
anno del millennio. Nel paese dei simboli (in cui anche la lingua è
fatta a simboli) l’otto non è solo un numero particolarmente propizio,
è il numero dei soldi. In cantonese infatti otto si pronuncia come il verbo “fare soldi”,
diventare ricchi. Ed è proprio questo che ispira la Cina oggi,
arricchirsi ad ogni costo. Il Pil cinese cresce a livelli mai visti
nella storia del mondo, la Cina è sulla bocca di tutti e tutti vanno e
vengono dalla Cina per fare affari. Il “boom” cinese ha rappresentato
una vera pacchia per le industrie italiane, europee, americane: ha
voluto dire produrre a prezzi stracciati, incrementare i propri
profitti persino in tempi di vacche magre.
Alle 08:08:08 dell’otto agosto 2008 tutto questo però si è fermato per
un istante. L’istante in cui per la prima volta nella Storia la Cina ha
potuto davvero far corrispondere la realtà al proprio nome: il paese di mezzo, il paese al centro del mondo.
Non più la Cina imperiale lontana dagli altri imperi, non più la Cina
colonizzata dalle grandi potenze, non più la Cina comunista e
anti-sovietica ostracizzata dal resto del mondo. La Cina oggi è il centro del mondo, è
l’epicentro dei problemi e delle opportunità, è il paese che cresce di
più e che inquina e si inquina di più. E’ il paese che consuma più
grano e materie prime, sottraendole ai paesi poveri (ma facendo
innalzare i prezzi anche nei nostri negozi). Quell’otto fatidico sarà
il suggello di questo grande e incredibile miracolo.
La Cina è anche una dittatura feroce, in cui
gulag e boia lavorano a ritmi forzati, in cui ancora non esiste un
sistema legale degno di questo nome, in cui milioni di operai vivono in
condizioni molto simili alla schiavitù, o almeno a quelle in cui vivano
gli operai agli albori della rivoluzione industriale, donne e bambini
in particolare.
Alla celebrazione di tutto questo bene e di tutto questo male abbiamo
assistito. E tutto il resto passa in secondo piano. Le nostre polemiche
interne (il ministro degli esteri Frattini che arriva all’aeroporto di Pechino e smentisce la sua collega di coalizione onorevole Meloni sinceramente è poco più di un puntino nero lasciato da una mosca). Persino le dichiarazioni elettorali di George W.
sul fatto che la Cina non è democratica (sveglia texano! e poi pensa
piuttosto a Guantanamo e dintorni) o la minacciosa quanto inoffensiva
lista di violazioni dei diritti umani preparata dal piccolo Napoleone Sarkozy sono
solo folate leggere in una giornata in cui per la prima volta soffia
davvero il vento dell’Est su tutto il mondo (alla faccia del presidente Mao, che peraltro riposa mummificato proprio al centro della capitale cinese).
Oltre i fuochi d’artificio (inventati dai cinesi), oltre agli atleti
che correranno-nuoteranno-salteranno-combatteranno in preda o meno a
qualche sostanza chimica, oltre al business, al capitalismo illimitato,
ai grattacieli, alle bidonville, alla Grande muraglia, all’esercito di
terracotta… oltre a tutto questo sterminato elenco di cose che è il
continente cinese… oltre a tutto quello che potremmo elencare e leggere
in un’enciclopedia… abbiamo visto il centro del mondo come mai prima,
il vero centro attorno al quale ruota l’asse del nostro pianeta. Poi
passerà anche questo momento, ma alle 08:08:08 un pezzo di Storia lo abbiamo vistoe ci ha tolto il fiato.
da Vita.it: Il fondo sovrano che detterà legge a Wall Street
Dopo la svolta etica, China Investment Corp alla "conquista" dell'Occidente
Miracoli della finanza d'assalto. La Cina depone le armi. Spegne per sempre sigari e sigarette. E ferma una volte per tutte la roulette del gioco d'azzardo. La nuova rivoluzione culturale d'Oriente si annuncia incruenta, anzi inusitatamente pacifista, poco incline ai dogmi del libretto rosso di Mao e più sensibile alle corde del business internazionale nel segno della Csr.
Il grande annuncio
In
mezzo ai colpi di coda della crisi subprime, al bis della terribile
depressione del 1929 che oggi fa macerie di banche d'affari, hedge fund
e broker di mutui immobiliari, China Investment Corp, il fondo sovrano
cinese, ha lanciato la svolta etica del suo mega tesoro da 200 miliardi
di dollari, una cifra pari al costo della guerra Usa in Iraq, il valore
dell'export dell'India o il Pil del Portogallo. L'ammiraglia delle
partecipazioni estere del governo di Pechino ha comunicato per voce del
suo presidente, Gao Xiqing, che escluderà dal portafoglio tutti
i titoli delle società "cattive": industrie della difesa, del tabacco e
casinò. E non è tutto. Il Cic promette di investire in modo
responsabile i suoi quattrini: energia pulita e imprese ad alto
standard ambientale. Da bubbone della crescita insostenibile, sulla
carta, la Cina che investe si trasforma in uno scintillante fondo
etico. Qualche osservatore storce il naso per il paradosso
dell'iniziativa: con una mano il governo della Repubblica popolare
preme il grilletto, spedendo di fronte al plotone d'esecuzione 5mila
persone l'anno, guida uno sviluppo macchiato da inquinamento da record
e dalla repressione delle libertà civili, e con l'altra incomincia a
ripulirsi il volto con le buone pratiche della Corporate sociale
responsability. Immagine e sostanza fanno a pugni.
La posta in gioco è alta. Nel maggio 2007 il Cic ha lanciato il suo primo investimento di peso: 3 miliardi (pari al 9,9% del capitale) puntati sulla ruota di Blackstone, il colosso del private equity che prima della tempesta finanziaria è decollato verso la quotazione sui listini. A dicembre il fondo cinese ha sborsato altri 5 miliardi per dare una boccata d'ossigeno alla banca Morgan Stanley, ricevendone in cambio il 10%, e poi è entrato nel club ristretto dei super azionisti di Visa, China Railway Group e recentemente anche in Barclays, in compagnia di altri fondi sovrani (Qatar e Singapore).
I Paesi ricchi col cappello in mano
Le
istituzioni finanziarie occidentali perdono acqua da tutte le parti e
bruciano miliardi di seduta in seduta; hanno bisogno di capitali
freschi che solo i Paesi emergenti sembrano avere in cassaforte,
veicolati appunto dai fondi di investimento statali, che accumulano il
surplus generato dalle materie prime e da una crescita impetuosa.
Tuttavia i governi del vecchio West non sempre vedono di buon occhio
l'ingresso di questi fondi, gestiti spesso da Paesi autoritari, a
disagio con la democrazia moderna. Oggi raggranellano capitale, domani
conquisteranno un posto in consiglio d'amministrazione. E in un futuro
non troppo lontano, Cina, Qatar, Arabia Saudita, Singapore, Kuwait,
Russia potrebbero diventare i padroni dei cordoni della borsa
dell'Occidente. Germania e Stati Uniti, al contrario della flemma
britannica, tuttora fedele al libero mercato e alla filosofia del pecunia non olet,
hanno espresso in più occasioni preoccupazione per l'avanzata di questi
fondi, cercando di erigere scudi normativa a difesa dell'interesse
nazionale. E allora per convincere tutti serve una svolta etica come
quella impressa dal China Investment Corp. Perché il salotto di Wall
Street val bene una conversione alla Csr.
È scoccata l'ora del capovolgimento del mondo? Forse. E forse si tratta di un cambio di guardia tutt'altro che catastrofico. Almeno non lo sarà, se avverrà all'insegna di investimenti trasparenti, responsabili, capaci di muovere un'economia sociale escludendo la logica del solo profitto.
3 agosto 2008
da new.bluerating.com - Fondi sovrani: quando il petrolio dà alla testa
Entro il 2015 i fondi sovrani gestiranno più di 15 trilioni di dollari e controlleranno il 5% di tutte le compagnie quotate al mondo. Con questi numeri il club assume un peso economico e politico di rilevanza internazionale e solleva non pochi problemi sulle capacità 'manageriali' degli stati-gestori.
Ormai è un trend inarrestabile. I fondi sovrani, veicoli governativi in cui vengono riversati miliardi di dollari provenienti dalla vendita di materie prime e riserve monetarie, sembrano ormai la scelta obbligata per ogni stato che si rispetti.
Anche la Nigeria, paese ricchissimo di materie prime e ottavo esportatore di petrolio al mondo, sta pensando di implementarne uno. Il Ministro delle finanze Shamsudden Usman sembra infatti più convinto che mai che il paese africano debba avere il proprio fondo così come gli altri paesi esportatori.
Effettivamente guardano i numeri legati all’esportazione del petrolio sembra che il paese abbia tutte le carte in regola per debuttare in questo club da 3,85 trilioni di dollari. Tra il 1970 e il 2007, la Nigeria ha incassato 436 miliardi di dollari tra profitti e royalties derivanti dal petrolio. Una montagna di soldi in parte però sperperata negli anni da conflitti interni e cattiva gestione. Oggi nelle casse dello stato sono rimasti comunque 60,74 miliardi di dollari che andrebbero così a costituire il patrimonio del fondo.
Ma è sufficiente avere disponibilità miliardarie per lanciarsi nel complicato mondo degli investimenti finanziari?
La recente crisi finanziaria globale insegna che una cosa è incassare mensilmente i profitti legati all’esportazione del petrolio, un’altra è mettersi a capo di un fondo di investimento con una potenza di fuoco immensa e riuscire a generare performance soddisfacenti soprattutto in queste condizioni di mercato.
Gli esempi (negativi) non mancano, soprattutto tra alcuni dei più grandi fondi governativi del pianeta, che, se dovessero chiudere oggi gli investimenti fatti in società (soprattutto finanziarie) compiuti negli ultimi mesi, registrerebbero perdite miliardarie.
Sono infatti 45 i miliardi di dollari 'iniettati' dai mega fondi in società finanziarie quali UBS, Citigroup, Merrill Lynch e altre (vedi tabella sotto) ma alle quotazioni attuali la cifra investita è già scesa di molto, generando perdite 'virtuali' miliardiarie.
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da lucianovecchi.blogspot.com - I fondi sovrani
I fondi sovrani sono fondi d'investimento che governi di Paesi esportatori utilizzano per impiegare al meglio le riserve valutarie accumulate. Per tale motivo, i più importanti sono quelli dei Paesi che esportano petrolio, gas, dalla Norvegia ai paesi arabi, alla Russia o quelli dei Paesi emergenti asiatici, dalla Cina a Singapore.
Una volta le riserve valutarie venivano impiegati in depositi bancari, o in titoli di stato americani. Ora i Fondi sovrani, permettono ai Paesi emergenti, di acquistare importanti quote di banche e di società quotate in Borsa.
Tuttavia, se da un lato è un bene, poichè i capitali che affluiscono servono agli investimenti di queste società, dall'altro lato c'è il rischio che, essendo questi Fondi controllati dai governi, possano essere utilizzati per altri scopi, magari geopolitici. Reagire con divieti e protezionismi sarebbe sbagliato, perchè innescherebbe pericolose ritorsioni, ma i governi dei Paesi occidentali, devono esercitare le dovute pressioni per garantire trasparenza e per evitare che i Fondi sovrani assumano partecipazioni di controllo.
da piazzaffari.info - Investire nelle materie prime
Per chi fosse interessato a investire nelle materie prime e, in particolare, nel mercato del ferro, va ricordato che il titolo di riferimento è il FOE, quotato nella borsa di New York. Nel lungo periodo (5 anni) il titolo ha perso il 5%, passando dai 23,50 dollari di allora agli attuali 17,50, prezzo medio di questa settimana.
Con una capitalizzazione di 764 milioni di dollari nel mercato mondiale e 43,7 milioni di azioni circolanti, il ferro negli ultimi tre anni ha assunto un andamento altalenante, raggiungendo il minimo sotto quota 14 dollari nei mesi scorsi e il massimo a quota 26 dollari a luglio dello scorso anno.
Sicuramente, l’investimento in questo mercato deve essere affrontato con molta cautela da parte del piccolo-medio investitore, così come bisogna usare sempre molta prudenza quando si decide di investire in materie prime. Tre sono le Blue Chips più note che seguono l’andamento del ferro e di molte altre materie prime legate all’estrazione mineraria: l’Anglo American Gold, il BHP Billiton plc e il Rio Tinto, appartenenti a tre multinazionali inglesi, quotati al Nasdaq il primo e al NYSE gli altri.
Questi tre titoli hanno avuto negli ultimi dieci anni un andamento di tutto rispetto, con incrementi oscillanti tra il 700% e il 1200%, un andamento che se paragonato all’andamento dell’indice S&P 500 restituisce l’immagine di un mercato florido che gli esperti assicurano ancora in crescita per i prossimi dieci anni.
da news.kataweb.it - Crollo al “casinò” delle materie prime
Il mese di luglio si è chiuso con un record inaspettato: il più forte calo nei prezzi delle materie prime da 28 anni.
Il petrolio ha perso più di 20 dollari ma non è il solo. Gas naturale e granoturco hanno messo a segno ribassi dal 20 al 30% in un mese. Gli indici che seguono i corsi di tutte le materie prime mondiali segnano cadute dei prezzi dell’ordine del 10%. E anche alcuni costi strettamente collegati all’energia si stanno adeguando: calano un po’ i noli marittimi. Naturalmente questo potrebbe essere solo un assestamento dopo le galoppate al rialzo degli ultimi anni. Oppure può trattarsi di un’avvisaglia sinistra: forse i mercati delle materie prime ci stanno dicendo che l’economia mondiale è davvero sull’orlo di una recessione.
Una frenata della crescita globale ridurrebbe i consumi e l’attività industriale, quindi anche la domanda di petrolio, metalli, derrate agricole. Ma le probabilità di recessione sono davvero esplose di colpo durante il mese di luglio? Le incognite che pesano sull’economia mondiale – dalla crisi immobiliare americana al crac dei mutui – le abbiamo scoperte solo negli ultimi trenta giorni? Fino al mese precedente molti scommettevano sul petrolio a 200 dollari, ora c’è chi giura che lo vedremo presto sotto quota cento. Di fronte a oscillazioni così isteriche (“volatilità impazzita”, per usare il gergo degli economisti), è impossibile non interrogarsi sul ruolo della speculazione finanziaria. Anche il mercato delle materie prime ormai assomiglia sempre di più a un casinò di Macao.
da il sussidiario.net - Wto, in attesa del prossimo vertice la globalizzazione va avanti
Professor Dario Casati, è fallito l’ultimo tentativo di accordo sul commercio mondiale. Si è chiuso così l’ultimo capitolo del Doha Round, il negoziato del Wto che si è aperto nel 2001 ma che dopo sette anni di trattative non è approdato a nulla. Dobbiamo abituarci al fallimento dei grandi vertici?
Grandi vertici come quello di giugno della Fao o questo del Wto arrivano a risultati scarsi se non sono preparati in modo adeguato. Cioè se non si riducono, come purtroppo è avvenuto nel caso della Fao e poi del G-8, a vetrine politiche in cui si discutono le decisioni già prese dalle cancellerie dei singoli Stati. Questi ultimi due vertici, in particolare, non sono stati preparati nel modo migliore. È un po’ diverso il discorso per il quest’ultimo vertice del Wto, punto d’arrivo di anni di lavoro, certo, fatto però su materie molto tecniche e astruse. In effetti nessuno sa di cosa si discute.
Come spiega l’attuale situazione?
Il mondo sta attraversando una fase in cui si cercano e si formano nuovi equilibri, dopo la caduta dei regimi comunisti, ed è alla ricerca di nuove leadership. Gli organismi internazionali, purtroppo sono legati alla regola dell’unanimità, che difficilmente può produrre risultati concreti. È davvero molto difficile trovare una posizione comune per 153 paesi, da Andorra alla Cina. E cambiare le regole, introducendo per esempio un sistema a maggioranze ponderate, non risolverebbe il problema, perché i paesi più deboli non sarebbero tutelati.
Come si è arrivati a questo impasse?
Fino ad un passato recente gli schieramenti vedevano Usa e Ue da una parte e Paesi in via di sviluppo dall’altra. Ma dal vertice di Cancun del 2003, che ha coagulò gli interessi dei Pvs riunitisi nel G-18, poi diventato G-20 con a capo Cina, Brasile e India, emersi come seconda forza, la situazione è cambiata. Ora questo gruppo si è rotto e gli attori sono Usa, Ue in secondo piano, Cina e India insieme. Cina e India vogliono continuare ad essere considerati Pvs per mantenere le protezioni assicurate ai paesi in difficoltà, ma nello stesso tempo vogliono poter contare. Essendo considerati Pvs sono esenti da quelle norme di disciplina del mercato mondiale a cui sono invece sottoposti i paesi industrializzati. Non sono ancora sicuri della loro solidità, ma nello stesso tempo i loro interessi sono divenuti realmente conflittuali con quelli dei veri paesi in via di sviluppo, i quali invece continuano ad aver bisogno di protezione, e non solo doganale.
Che cosa significa per il commercio mondiale questo fallimento?
Non cambia nulla. Tutto resta così com’è oggi, probabilmente si allungheranno i tempi per una codificazione delle regole del mercato globale. Questo negoziato, chiamato Doha Round, era nato come Millennium Round. Il primo incontro a Seattle terminò con un fallimento e le manifestazioni di massa contro il Wto portarono a una sospensione del negoziato. L’attacco alle Torri Gemelle e la crisi che ne è seguita hanno determinato un ripensamento mondiale. Il negoziato diventa Doha Round per lo sviluppo mondiale, perché in quel momento una grave crisi mondiale era incombente. Doha vede tutti d’accordo nel dire “troviamo una soluzione, perché la strada è obbligata”. Ma da Doha in poi il negoziato si è perso nei tecnicismi. Naturalmente vogliamo tutti che la globalizzazione sia controllata e non sia selvaggia, vogliamo aiutare chi rimane indietro, ma nello stesso tempo manca una approccio più radicale.
Che cosa ci aspetta?
Questo negoziato si ferma, ma il processo di globalizzazione spontanea andrà avanti, perché c’è un interesse reciproco dei paesi coinvolti nel processo di produzione e vendita su scala mondiale che ci sia chi produce, chi vende e chi compra. Sembra di banalizzare, ma è così. La difficoltà di governare il processo fa emergere posizioni alla Tremonti, o anche alla Sarkozy, o anche di India e Cina, cioè di chi dice “noi non siamo no global anti-sistema, ma questa globalizzazione sta andando avanti troppo in fretta, ci prende la mano, vogliamo una pausa di riflessione”. Che può far bene: l’Italia ne ha bisogno perché è rimasta indietro e, in effetti, la nostra crescita è bassa. Non ci siamo preparati per tempo. Questa “pausa di riflessione” può essere interessante se la sfruttiamo per aumentare la nostra competitività.
Su Repubblica di ieri, a commento del mancato accordo di Ginevra, ci sono due posizioni che sembrano convergere: quella di Carlo Petrini e del ministro Luca Zaia. Petrini dice che non ci sarà una globalizzazione virtuosa se non si faranno funzionare le sedi del multilateralismo, ma che hanno ragione le Ong a dire che è meglio nessun accordo che un cattivo accordo. Mentre Zaia si considera un “sostenitore” del fallimento, perché un accordo a tutti costi avrebbe penalizzato l’agricoltura italiana. Che ne pensa?
È la stessa posizione antiglobalizzazione. È la paura, che porta infine ad abbracciare una posizione semiprotezionistica. Il tacito problema – dal punto di vista di entrambi - è qual è il passo successivo: non basta dire no. La nostra prima necessità, in agricoltura, come nell’economia italiana in genere, è quella di rafforzare il sistema produttivo, di renderlo più competitivo. Altrimenti saremo marginalizzati.
L’Italia non investe come dovrebbe in agricoltura?
Abbiamo fatto una politica agricola, condivisa a livello europeo, che ha una caratteristica: il depotenziamento del sistema produttivo agricolo. Perché? Perché ritenevamo che il sistema producesse troppe eccedenze, che la difesa di queste eccedenze fosse costosa e ci mettesse in contrasto col resto del mondo. Che l’Europa potesse benissimo esportare manufatti e tecnologia e importare materie prime agricole. Al di là del “giusto o sbagliato”, importa dire che quando è scoppiata una crisi mondiale come quella dell’anno scorso ci si è accorti che quella politica non andava più bene. E che occorre voltare pagina.
Può fare un esempio?
Il problema è capire come guardare avanti. Prendiamo per esempio le denominazioni d’origine. I prodotti tipici rappresentano il 6% del mercato alla produzione, al consumo e all’export. Il resto del sistema agricolo produce il resto. I nostri cinque prodotti agricoli di maggior pregio, che sono i due prosciutti, il grana, il parmigiano e il pecorino, coprono il 90% di quel 6%. Come vede è un business molto particolare, che non può tenere in piedi un intero sistema agricolo. Dobbiamo potenziare il sistema produttivo agricolo investendo in tecnologia e innovazione, più che non sul prodotto in sé. Quindi sui processi più che sui prodotti. È in realtà una regola valida per tutto il mondo, perché i Pvs hanno bisogno della stessa cosa altrimenti non mangiano.
L’originalità del prodotto è un nostro punto di forza. Come tutelarla?
L’originalità di un prodotto di grande pregio si salva da sé. In parte è come nella moda: la moda italiana fattura milioni di euro, ma in Italia non si tesse più nulla. Diverso è nel settore agricolo: non posso pensare di fare il Bitto in Danimarca esattamente come posso pensare che uno dei nostri grandi stilisti produca in Romania. L’alimentare non è la stesa cosa, perché è legato alla terra che lo produce. Allora bisogna rafforzare la competitività del sistema agricolo, quello che produce i prodotti di base, e una parte di questi deve confluire verso l’apice di queste “punte” ad alto tasso di qualità. Il prodotto si deve difendere da sé, con la sua qualità alla quale corrisponderà un certo costo. Può trainare il resto, ma poi occorre mantenere un sistema produttivo.
Quali sono, secondo lei, le cose da fare subito?
Primo: non dare per sepolta la globalizzazione. La globalizzazione va avanti lo stesso, il problema è non finire nel gruppo dei perdenti. Secondo: giocare la carta della competitività, investendo in innovazione e tecnologia. Terzo, creare una rete di alleanze nel mondo a partire dall’Europa. Per esempio, nel resto d’Europa la denominazione interessa poco. Ha certamente un valore, ma non è quello che tiene in piedi un sistema produttivo. Il nodo chiave non può essere la difesa dalle contraffazioni, ma solo la produttività del sistema.
da Corriere.it (articolo di Massimo Gaggi) - Il protagonismo di India e Cina ha scardinato vecchi equilibri.
È un salto nel buio, come dice a caldo il ministro brasiliano
India e Cina alzano la voce. Gli Usa preferiscono la rottura a un cedimento che non sarebbe accettato da un'opinione pubblica che ha perso fiducia nella globalizzazione. E l'Europa, divisa e interessata soprattutto a difendere la denominazione degli alimenti di qualità, scopre di non essere più decisiva.
Il fallimento, ieri al Wto di Ginevra, del negoziato del «Doha Round» che va avanti da quasi sette anni non avrà alcuna conseguenza immediata sugli scambi: tutto sommato negli anni scorsi il commercio è cresciuto anche senza nuovi accordi. Ma, in una stagione di grandi sconquassi economici come quella attuale, di tutto il mondo aveva bisogno, meno che di una simile prova dell'incapacità della politica di regolare il mercato a un livello sovranazionale.
Secondo Pascal Lamy, il direttore dell'organizzazione nel cui ambito si svolgono i negoziati commerciali multila-terali, il Wto è un'assicurazione contro il protezionismo. Se è così, da ieri la copertura di questa polizza vale molto meno: in piena campagna elettorale, l'America è, infatti, sempre più esposta alla tentazione di chiudersi a riccio o di privilegiare un sistema di accordi commerciali bilaterali su base regionale.
Quanto all'Asia, la repentina decisione di India e Cina di «alzare l'asticella» chiedendo speciali salvaguardie per i loro produttori agricoli proprio quando i principali ostacoli del negoziato erano stati faticosamente superati e un accordo sembrava ormai a portata di mano, suscita molti interrogativi.
«È un salto nel buio», ha commentato ieri sera, a caldo, il ministro degli Esteri brasiliano Amorim. E ha ragione: fin qui i due giganti asiatici erano parsi interessati a integrarsi nel sistema economico internazionale senza troppe scosse. Ma, man mano che il loro «status » è cresciuto da quello di Paesi emergenti a quello di nuovi protagonisti, anche ambizioni e pretese di Cina e India sono cresciute.
Parallelamente l'America di Bush — che per anni ha chiuso gli occhi davanti alle evidenti asimmetrie di una globalizzazione nella quale Pechino esportava liberamente, ma creava forti barriere all'import e continuava a sussidiare in tutti i modi il mercato interno — ha deciso che era giunto il momento di dire basta. Effetto anche del venir meno di alcuni vantaggi della globalizzazione e della disaffezione non solo dei democratici, ma anche di parte dell'opinione pubblica conservatrice. La stagione nella quale le importazioni cinesi a basso costo facevano scendere i prezzi è ormai finita; ora, anzi, la diffusione del benessere in Asia sta avendo l'effetto opposto di far lievitare le quotazioni del petrolio, delle materie prime, di prodotti agricoli essenziali.
Ma proprio la complessità e i rischi della situazione economica attuale richiederebbero una maggiore cooperazione tra governi per cercare di ridurre gli squilibri che si sono determinati sui mercati. Invece dalle politiche per la tutela ambientale (post Kyoto) alle questioni monetari (per le quali molti invocano una nuova Bretton Woods), fin qui le nuove potenze emergenti dell'Asia non si sono fatte coinvolgere nelle politiche dei Paesi più avanzati.
Con l'aggravamento della crisi americana e un calo del dollaro pagato soprattutto da chi — come i nuovi giganti asiatici — ha investito pesantemente nella valuta Usa, ci si aspettava che emergesse un comune interesse a cercare soluzioni concordate. Ad esempio sulla ricapitalizzazione del sistema finanziario Usa e il ruolo dei cosiddetti «fondi sovrani ». Quest'attesa non è venuta meno, ma da oggi tutto è più difficile: se si discuterà, lo si farà in un campo cosparso di macerie.
Ripartire dal Wto sarà difficile: in mancanza di un accordo, il successore di Bush vorrà probabilmente ripartire da zero. Anche per questo Lamy ha cercato di forzare i tempi e firmare l'intesa prima dell'inizio della stagione elettorale Usa. Tutto inutile, davanti alle risse europee (col presidente francese Sarkozy contrario alla proposta europea presentata dal commissario della Ue Peter Mandelson), alla debolezza della Casa Bianca e all'ostinazione dell'India, economicamente solida ma sempre socialmente vulnerabile e con una governo privo di una maggioranza.
Iniziato nel novembre del 2001 anche come reazione al terrorismo delle Torri Gemelle — un attacco all'America ma anche all'economia globalizzata — e per aiutare i Paesi poveri a uscire dal sottosviluppo, sette anni dopo il «Doha Round» si arena (secondo alcuni definitivamente), proprio mentre l'integrazione delle economie deve affrontare forti venti contrari. L'ultimo atto — la rottura sulla rivendicazione del diritto di alzare unilateralmente i dazi agricoli in caso di crisi — è particolarmente frustrante: da un lato riguarda un evento solo ipotetico e quindi ha un sapore un po' burocratico. Dall'altro inficia la filosofia stessa del negoziato, visto che gli eventuali nuovi dazi danneggerebbero soprattutto i Paesi poveri che cercano di esportare le loro derrate.
da fondionline.it - Benvenuti nell’era dell’inflazione globale
E’ possibile pensare che l’inflazione possa continuare a manifestarsi localmente in un mondo caratterizzato da mercati finanziari globali, mercati delle materie prime globali, mercati dei servizi globali, e persino mercati delle sostanze illecite globali?
La maggior parte degli economisti sarebbe propensa a fornire una risposta affermativa. Dopo tutto, i mercati monetari e le banche centrali continuano ad essere guidati da autorità locali. Tuttavia, gli accadimenti degli ultimi mesi dimostrano che tale scenario potrebbe trasformarsi in un’illusione.
Secondo gli analisti di Merrill Lynch, è un’illusione che l’offerta monetaria globale possa espandersi a tassi a due cifre senza provocare ripercussioni sull’inflazione. In un report di recente pubblicazione, l’entità ha ricordato che mentre l’offerta monetaria cresce ad un tasso medio annuo del 14%, il livello medio dei tassi di interesse nel mondo è sceso dal 5,5% al 5,1%.
Anche nell’ipotesi in cui il dato fosse depurato dalla forte discesa dei tassi negli Stati Uniti, il costo medio del denaro si sarebbe portato dal 5,9% al 6%. Per il team della banca d’affari Usa si tratta di una situazione di liquidità estrema che ha tutte le carte in regola per alimentare nuovi rialzi delle commodities, la rivalutazione violenta delle monete più negoziate, la scarsità nei mercati fisici e l’incremento delle aspettative inflazioniste.
Non c’è dubbio che qualcosa di nuovo si sta verificando.Nel suo report dedicato ai mercati emergenti pubblicato a giugno, Barclays Capital evidenziava che nel 2002 la media degli indici dei prezzi al consumo nei mercati emergenti era dell’8%, poco meno del 3% nell’area Euro e dell’1% negli Usa. Da allora si è verificata una riduzione nei mercati emergenti (fatta eccezione per un breve periodo nel 2004), una sostanziale stabilità del dato nell’area Euro e una crescita lenta ma continua negli Usa (con un calo transitorio alla fine del 2006).
CONTINUA A LEGGERE "Benvenuti nell’era dell’inflazione globale"
25 Luglio 2008
Da new.bluerating.com - Il petrolio azzurro e la crisi idrica
La corsa delle materie prime ha ormai vita breve secondo gli esperti: dopo cinque anni molti prodotti agricoli e non hanno corretto il proprio prezzo verso l'alto, andando a correggere i disequilibri di decenni di domanda debole. Ora tocca all'acqua, l'ultima grande corsa all'oro del nostro tempo.
Entro il 2025 due terzi della popolazione mondiale avrà problemi a reperire acqua dolce. Nei prossimi venti anni la domanda di acqua che proviene dai paesi in via di sviluppo crescerà del 50% mentre nell’aree sviluppare la richiesta sarà superiore del 18% rispetto i livelli attuali.
La previsione, riportata in uno studio di Merrill Lynch, mette in luce come la preziosa risorsa possa presto diventare (se già non lo è) il prossimo tema caldo nella corsa al rialzo delle materie prime.
Domanda e offerta
Metalli preziosi, beni agricoli, e lo stesso petrolio non esisterebbero nemmeno se non ci fosse l’acqua. Questo è dimostrato dal fatto che nel mondo il 70% del consumo di acqua dolce viene destinato all’agricoltura, il 22% all’industria e solo l’8% all’uso quotidiano. La domanda continua a crescere, sostenuta dall’aumento della popolazione globale da standard di vita più elevati.
Sul fronte opposto, quello dell’offerta, l’inquinamento influisce negativamente sulla temperatura del globo, andando ad erodere le ‘riserve ufficiali delle aree polari. A questo si aggiunge che l’urbanizzazione sfrenata delle città continua ad inquinare le falde vicine ai centri abitati.
L’offerta, inoltre, è frenata dai pesanti costi di investimento nelle infrastrutture per il trasporto dell’acqua. Il Regno Unito per esempio spende 4 miliardi di sterline all’anno per aggiornare la rete idrica. Stessa sorte per l’Unione Europea che ha previsto stanziamenti per 50 miliardi di dollari mentre gli Stati Uniti hanno previsto una spesa di 40 miliardi di dollari.
L’acqua è una commodity
L’acqua però oggi non è una vera e propria commodity, o per lo meno non paragonabile all’oro o altre materie prime il cui prezzo viene fissato giornalmente attraverso la domanda e l’offerta.
L’acqua è controllata dai Governi e non dalle imprese private: esistono comunque dei mercati ‘secondari’ dove i diritti sullo sfruttamento dell’acqua vengono comprati e venduti ogni giorno, mercati che evidenziano una crescita del transato del 20% all’anno.
Un ulteriore apertura del mercato verso forme di compravendita più sofisticate inoltre si scontrerebbe quasi sicuramente contro problemi pratici e politici. Per questo prendere posizione sull’acqua non significa necessariamente speculare sul prezzo dell’oro blu, bensì investire su quelle aziende che partecipano al processo di estrazione, purificazione, stoccaggio e diffusione.
In questo senso, la scelta cade su fondi di investimento o Etf che puntano su grandi gruppi che investono anche in questo settore.
Si può così puntare sulle multinazionali attive nella fornitura (Suez, Veolia, United Uilities sono le prime al mondo per capitalizzazione) o su chi invece è coinvolto nella fase di pompaggio, controllo qualità, irrigazione (GE, China Communications Construction, Danaher, sono i primi tre colossi attivi in questo settore).
L’acqua è ancora un terreno inesplorato e sottovalutato dal mercato e come ricorda lo studio di ML, “senza acqua non ci sarebbe industria, agricoltura, vita”.
15 Luglio 2008
da www.morningstar.it/: Materie prime, la bolla sta per scoppiare?
Se gli hedge cambiassero idea o se i prezzi continuassero ad aumentare, la corsa delle commodity potrebbe finire.
La bolla delle materie prime rischia di scoppiare. L’allarme viene lanciato dagli analisti, secondo cui è arrivato il momento di essere cauti quando si inseriscono commodity nel portafoglio. I primi segnali di rallentamento del comparto sono evidenti: l’indice Gsci di settore, che da inizio anno (e calcolato in euro) ha guadagnato il 31,7%, nell’ultimo mese (fino al 15 luglio) ha registrato un progresso dello 0,48%. E questo nonostante il prezzo del petrolio abbia fatto segnare nuovi record.
“L’idea di aggiungere altre materie prime nei portafogli sta tentando sempre più investitori”, scrive in uno studio Christine Benz, analista di Morningstar secondo cui, solo a maggio, i fondi legati all’energia e alle commodity sono riusciti a raccogliere 4 miliardi di dollari di nuovi asset. “Del resto si tratta del tipo di investimento che dà tranquillità nei momenti di crisi del mercato immobiliare e di crescita dell’inflazione”.
Dall’inizio del 2002 fino a due mesi fa l’indice Gsci di categoria ha guadagnato, mediamente il 20% all’anno contro il +5% fatto segnare dall’S&P500. Secondo l’analista, tuttavia, dopo questa corsa è arrivato il momento di fare alcune considerazioni a mente lucida. “Divento molto nervosa quando tutti gli investitori si buttano a capofitto sulla stessa asset class”, continua il report. “Non posso fare a meno di domandarmi se ormai sia stato spremuto tutto il guadagno possibile. Ma c’è anche un altro fattore che mi preoccupa: gli hedge fund sono stati fra i maggiori scommettitori sulle commodity. Se dovessero iniziare a cambiare idea o a ritirare i loro soldi per renderli agli investitori, le fortune delle materie prime e delle società ad esse collegate potrebbero subire un rovescio. Infine, c’è da considerare che il continuo aumento dei prezzi, prima o poi, farà diminuire la domanda di energia e di altri materiali di base”.
Le stesse preoccupazioni sono state espresse da diversi money manager che hanno partecipato all’ultima Morningstar Conference di Chicago. Alcuni di quelli che hanno guadagnato di più con le materie prime, hanno deciso di intascare i profitti e investire in altri settori, come ad esempio nei farmaceutici. Dal punto di vista operativo, quindi, cosa conviene fare? “Indubbiamente le commodity rappresentano un ottimo mezzo di diversificazione” risponde Benz. “Tuttavia bisogna prima fare un attento check-up del portafoglio per capire cosa c’è dentro. Anche se un fondo non è specializzato sulle materie prime, magari ha all’interno già diverse aziende legate alle commodity perché il gestore ha deciso di seguire il trend di questi anni. Un metodo per scoprirlo è quello di verificare i rendimenti: se un portafoglio in particolare ha fatto meglio degli altri, ci sono buone possibilità che abbia seguito questa strada. Una eccessiva diversificazione, a questo punto sarebbe dannosa perché aumenterebbe in maniera incontrollabile la volatilità degli investimenti”.
11 Luglio 2008
da www.fondionline.it: Tre anni d’oro per le materie prime
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E’ arrivata l’ora di ridurre il peso delle materie prime ed aumentare quello dei produttori di beni di consumo a maggior valore aggiunto’, sostiene Graham French, gestore dell’M&G Global Basics Fund
Come descriverebbe gli ultimi tre anni?
L’ultimo triennio è stato un periodo piuttosto straordinario che ha messo in evidenza i cambiamenti irrevocabili nello scenario economico globale. Nonostante i tanto reclamizzati problemi che interessano le economie di alcuni paesi industrializzati, evidenziati dalla recente crisi del credito e dei mutui subprime negli Usa, la crescita economica ha continuato a svilupparsi rapidamente in molti paesi emergenti, pilotata da processi di industrializzazione ed urbanizzazione che stanno consentendo a milioni di persone di spostarsi verso le città ed unirsi al mondo moderno. Ciò ha creato un enorme domanda di abitazioni, infrastrutture e, in misura crescente, di una vasta gamma di beni di consumo, sostenendo un trend da cui traggono beneficio le aziende e numerosi tipi di attività. In sostanza, abbiamo assistito ad una crescita dei prezzi degli assets materiali, mentre molti assets meno tangibili (per esempio gli strumenti finanziari) hanno vissuto un periodo difficile. In particolare, le commodities e i titoli azionari ad esse collegate hanno registrato sensibili progressi, in modo particolare quelli che presentano un equilibrio fragile nella relazione tra domanda e offerta, come accade nel caso di: carbone, ferro, petrolio e metalli preziosi. Più di recente sono stati gli incrementi dei prezzi dei beni alimentari a conquistare lo scenario, sulla scia delle preoccupazioni relative al rapporto tra disponibilità di terreno coltivabile ed aumento della popolazione globale. Com’è noto, la Cina ha rappresentato il motore di questi cambiamenti, ma altri paesi, tra cui l’India è in prima linea, stanno seguendo le sue orme.
Quali sono state le variabili che hanno guidato le performance in questo periodo e per quali ragioni?
I titoli delle natural resources companies si sono comportati molto bene in quanto hanno beneficiato degli effetti positivi della domanda cinese, e i titoli delle aziende di questo segmento presenti nel nostro portafoglio hanno contribuito alla performance del fondo negli ultimi tre anni. Le quotazioni dei titoli hanno seguito da vicino l’incremento degli utili e per tale ragione i prezzi sono diventati poco sostenibili, convincendoci a realizzare delle prese di beneficio ed a ridurre la nostra esposizione al settore minerario e alle commodities. Tuttavia, il fondo è ancora in grado di trarre benefici da quello che considero un powerfull trend di lungo termine nell’economia globale che continuerà a supportare le quotazioni delle mining companies, in particolare di quelle che possono fare affidamento su un buon posizionamento del proprio business a livello mondiale nei metalli e minerali con le migliori prospettive. Allo stesso tempo, importanti contributi alla performance arriveranno da una varietà di posizioni detenute nell’ambito delle altre ‘basic areas’ sulla scia delle variazioni che interesseranno la crescente domanda cinese, che passerà dall’attuale concentrazione sulle materie prime ad abbracciare altri beni di consumo a maggior valore aggiunto. In quest’ultimo gruppo trovano posto società del settore alimentare con un business focalizzato su prodotti finiti o su singoli ingredienti, società specializzate nel riciclaggio di metalli, nella distribuzione di bevande, nell’odontoiatria, nella cosmetica e nei beni di largo consumo. Anche un certo numero di operazioni di acquisizione hanno contribuito alla performance del fondo.
Cosa vi ha sorpreso in quest’ultimo triennio?
La sorpresa principale è stato l’ulteriore rialzo delle quotazioni di titoli che abbiamo venduto, in particolare nel settore minerario e in quello agricolo. Il mio approccio è conservativo e molto semplice: punto ad identificare i temi trainanti per investire nelle aziende che presentano valutazioni convenienti e sono pronte per trarre beneficio da questi temi, per poi vendere gli stessi titoli una volta che abbiano offerto buoni guadagni per i nostri sottoscrittori e che, da una ricognizione dei mercati, risulti che abbiano raggiunto prezzi troppo elevati. I nostri sottoscrittori sono stati riccamente ricompensati dagli investimenti che abbiamo effettuato seguendo questa strategia nei settori minerario ed agricolo. In molti casi, tuttavia, ci è sembrato che le quotazioni di questi titoli siano state trascinate al rialzo dal momentum piuttosto che dai fondamentali. In siffatto contesto di mercato, sono contento di aver liquidato le posizioni e aver lasciato parte del potenziale guadagno sul terreno di gioco. L’altra sorpresa è stata il miglioramento della corporate governante nelle aziende dei paesi in via di sviluppo, a seguito del quale abbiamo iniziato a muovere qualche passo tra le società quotate in questi listini.
Com’è posizionato il fondo in questa fase?
La forza della domanda globale di commodities, in particolare quella proveniente dai paesi industrializzati, ha fatto sentire i suoi effetti sulla crescita delle quotazioni di molte società attive nel settore natural resources negli ultimi anni. Anche se mi aspetto che la domanda di materie prime sia destinata a restare elevata nel lungo termine, credo che l’attuale scenario abbia provocato una crescita eccessiva delle quotazioni per numerose società. Per tale ragione ho apportato una riduzione del peso del settore natural resources nel portafoglio del fondo già a partire dall’anno scorso. Allo stesso tempo ritengo ancora interessanti le valutazioni delle minig companies, e pertanto mantengo elevato il loro peso in portafoglio. Attualmente il peso delle commodities in portafoglio è del 25%, in netto calo rispetto al 50% di due anni fa. Credo che alcune risorse naturali siano destinate a soffrire gli effetti dello squilibrio tra domanda e offerta. A tal proposito, mi aspetto che la domanda dei paesi emergenti continui a crescere e che l’offerta di risorse non riesca a tenere il passo della domanda. Questa situazione crea un contesto favorevole per certe compagnie attive in questo business. E questo significa anche che il futuro del processo di industrializzazione è nelle mani di chi domina l’offerta. Credo che la rapida industrializzazione ed urbanizzazione in corso in Cina, India e altri paesi emergenti continuerà a supportare i prezzi delle commodities in futuro. Tuttavia, sarà molto importante osservare con attenzione le modalità con cui sarà gestita l’offerta. Platino a carbone sono due risorse con un favorevole rapporto domanda/offerta.
Può elencarci dei titoli che ritiene interessanti?
I mercati emergenti rappresentano i catalizzatori principali per la scelta dei titoli. A parte l’ovvio interesse per i titoli trascinati dalla domanda di materie prime e dagli investimenti in infrastrutture, è possibile individuare un gruppo di azioni che saranno favorite dall’ampliamento della middle class dei paesi emergenti e dalla loro voglia di soddisfare nuovi bisogni. Ecco alcuni titoli che secondo me offrono interessanti prospettive: Bluescope Steel, Peabody Energy, Constellation Brands, Colgate Palmolive.
Crede che i mercati emergenti riusciranno a sganciarsi dall’influenza esercitata dai mercati industrializzati?
L’economia Usa è ancora la prima del pianeta e pertanto un suo rallentamento è destinato a produrre un impatto negativo sul commercio globale e sull’economia globale. Tuttavia, la crescita dei traffici commerciali tra i paesi dell’Asia sta isolando il continente dalle influenze esterne. La stessa economia cinese è dominata dagli investimenti governativi e dai consumi domestici, e l’idea che la Cina sia ‘la fabbrica del mondo’ non è poi così vera. Le esportazioni rappresentano una piccola parte dell’attività economica del gigante asiatico. In ogni caso, le società che sono ben posizionate per sfruttare al meglio il trend di crescita di colossi come India e Cina saranno quelle che offriranno la maggiori soddisfazioni agli investitori.
Quale impatto avrà la crisi del credito sulla sua capacità di offrire rendimenti positivi?
Siamo poco esposti ai rischi del credit crunch perché puntiamo su società che generano elevati flussi di cassa, hanno bilanci solidi e bassi livelli di indebitamento. Gli elevati flussi di cassa prodotti dalle mining stocks sono un buon esempio di quanto questa variabile incida sulla concessione di linee di credito da parte delle banche, dato che rappresentano uno dei pochi settori non influenzati dalla chiusura dei rubinetti del credito da parte degli istituti preposti a tale funzione. Le compagnie incluse nel portafoglio tendono ad operare in contesti guidati da drivers socio economici di lungo termine che, per le ragioni prima menzionate, rappresentano una buona tutela dal credit crunch.
Rincari materie prime grave rischio per crescita - comunicato G8
Nuovo monito da parte dei ministri delle Finanze delle prime Otto economie mondiali in merito ai rincari delle materie prime, che rappresentano una concreta minaccia per le prospettive di crescita. I responsabili alle Finanze G8 non arrivano, però, a menzionare la possibilità di nuove forme di controllo sui volatili mercati di greggio e sui tassi di cambio.
Nel comunicato finale diffuso si rafforza inoltre il tono utilizzato per descrivere i rischi per la crescita economica e quelli di inflazione, di recente all'origine dell'inasprimento della retorica Fed e Bce.
"Gli elevati prezzi delle materie prime, specialmente greggio e alimentari, rappresentano una grave sfida per una stabile crescita a livello mondiale, hanno gravi conseguenze per i più vulnerabili e possono aumentare la pressione sull'inflazione globale" si legge nel documento conclusivo.
Se il segretario al Tesoro Usa Henry Paulson avverte che i picchi del greggio potrebbero prolungare il rallentamento della prima economia mondiale, per il commissario Ue agli Affari economici e monetari Joaquin Almunia gli Usa rischiano una stagflazione simile a quella degli anni '70.
I colloqui preparatori per la riunione terminata oggi a Osaka sono stati peraltro stati dominati dal tema del rapporto tra deprezzamento del dollaro e il raddoppio dei corsi petroliferi negli ultimi dodici mesi, anche se non c'è una dichiarazione ufficiale sulle valute dal momento che il governatori delle banche centrali non erano presenti.
Il ministro giapponese Fukushiro Nukaga informa che con i colleghi G8 non si è affrontato il tema delle valute né quello di un possibile intervento sul mercato dei cambi, mentre soltanto la scorsa settimana Paulson si è rifiutato di escludere la possibilità di intervento in una fase in cui, insieme ad altre autorità Usa, aveva espresso timori per l'indebolimento del cambio.
Generalmente importatori di greggio, i paesi G8 esercitano scarsa influenza sul mercato petrolifero dominato dalla domanda cinese e indiana e dai timori dal lato dell'offerta.
Possono però cercare di frenare il deprezzamento della valuta Usa che ha incentivato gli acquisti di derivati su greggio e altre materie prime per proteggersi dal rischio degli investimenti in dollari.
L'Italia, come ha spiegato ai cronisti Giulio Tremonti, si è fatta promotrice di un piano che renda più onerose le scommesse sui prezzi del greggio sui mercati derivati.
Il comunicato finale G8 non fa però alcun riferimento specifico al progetto italiano e si limita a chiedere un'analisi del Fondo monetario sulle dinamiche che hanno spinto i prezzi a nuovi massimi storici.
"Chiediamo alle autorità nazionali competenti di esaminare il funzionmento dei mercati delle materie prime e prendere se necessario provvedimenti adeguati" dice il documento.
Fondo monetario internazionale e Agenzia internazionale per l'energia collaboreranno con le autorità nazionali nell'analisi dei fattori reali e finanziari a monte dei rincari delle materie prime.
Gran Bretagna e Stati Uniti si sono mostrati in passato riluttanti ad appoggiare interventi sul mercato dei derivati sul greggio mentre secondo il ministro canadese Jim Flaherty, il cui paese è esportatore netto di petrolio, i mercati dovrebbero venire lasciati liberamente determinare il livello dei prezzi.
Per i ministri è la combinazione di rincari del greggio e rischi per la crescita a rendere "più complicate le scelte politiche".
Per Almunia la sfida più importante per i politici è quella di evitare la stagflazione - un connubio di economia stagnante e inflazione elevata.
"Il rischio è elevato negli Stati Uniti" dice il commissario Ue al quotidiano economico giapponese 'Nikkei'.
Per Paulson l'economia Usa potrebbe cominciare a riprendersi quest'anno nonstante il protrarsi dell'impatto della crisi immobiliare e creditizia.
"Stiamo ancora affrontando le difficoltà del mercato immobiliare e capitale e prevediamo di andare avanti ancora per un po' ma crediamo anche che la crescita economica torni ad accelerare entro fine anno, per quanto siamo consapevoli del rischio che l'aumento del greggio prolunghi il rallentamento Usa" spiega.
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Bolla su bolla dai mutui alle materie prime
Per una generazione che ha vissuto e sofferto nel giro di poco più di 10 anni due grandi bolle speculative, le materie prime sono la nuova incognita. Il timore è che possano riservare ai mercati le stesse pessime sorprese della bolla di internet e di quella dei mutui subprime in America. E ripetere l'iter classico descritto da Charles P. Kindleberger: dall'euforia al panico e al crollo. Come sta succendendo al mercato immobiliare, con i prezzi che negli Usa sono scesi in meno di due anni del 15% (media nazionale), in Gran Bretagna del 4% (per ora) e in Spagna del 5 per cento.
Il boom è quando per scarsità di offerta o balzo della domanda i prezzi corrono. La bolla è quando i prezzi perdono il contatto con la realtà. Fra le materie prime, o commodities, non c'è solo il petrolio. A volare quest'anno sono stati proprio i due indici delle commodities. In particolare lo S&P Gsci ha avuto da gennaio a venerdì 6 giugno un rendimento su base annua del 72,9% mentre fino al 2007 aveva fatto registrare una media annuale del 14,4%.
La corsa è incominciata in sordina almeno tre anni fa. In prezzi costanti i valori massimi registrati all'inizio degli anni 80 dall'indice Crb (Commodity research bureau) venivano replicati tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006. «Ma in prezzi reali, con l'inflazione, siamo ancora lontani dai livelli massimi, calcolati per ogni materia prima sulla media mensile del picco più alto raggiunto negli anni 70 o 80», dice Gayle Barry, responsabile per le commodities di Barclays Capital. Solo i prodotti petroliferi hanno sfondato i vecchi record. Per gli altri si va da un -1% per il platino a un -43% per l'oro, -54% per il mais, -80% per il cotone e -81% per l'argento. Per arrivare allo zucchero che in prezzo reale costa oggi poco più della metà rispetto al picco toccato allora. Barclays Capital, fra i più attivi nel seguire le commodities, è anche fra i più scettici nel parlare di bolla. Ma non tutti la pensano così.
Secondo Standard & Poor's, nel primo trimestre 2008 gli investitori istituzionali, fondi pensione in testa, hanno spostato non meno di 40 miliardi di dollari sulle materie prime, a copertura contro l'inflazione e il calo del dollaro. Si tratta di un balzo del 15-25% degli investimenti sugli indici e altri prodotti strutturati del settore sui quali già investivano a inizio anno tra i 150 e i 270 miliardi. E quindi di un sensibile aumento di liquidità a caccia di utili. La sola Calpers (il fondo dei dipendenti pubblici californiani) annunciava a gennaio di voler passare dai 450 milioni investiti a fine 2007 a 7 miliardi nel 2010. Secondo JPMorgan la presenza degli hedge fund potrebbe aggiungere altri 200 miliardi.
Ed è anche per l'eccesso di questa presenza speculativa, calcolata in 235 miliardi a metà aprile, che Lehman Brothers preannunciava il 19 maggio la fine del boom entro il 2008. Per la maggior parte dei minerali, non appena le incertezze sul rapporto domanda-offerta si saranno chiarite. Più lentamente, invece, per i prodotti agricoli. Il prezzo del riso, però, quasi raddoppiato da inizio 2007, è sceso recentemente del 25 per cento. Barclays Capital ha giudicato la stima di Lehman Brothers esagerata, dicendo che in aprile c'erano 139 e non 235 miliardi di investimenti speculativi.
Non tutte le materie prime, poi, sono uguali. Mentre stagno, rame e alluminio sono schizzati per una combinazione di calo dell'offerta e forte domanda, zinco, nickel e piombo si sono mossi nella direzione opposta. L'offerta ha bisogno di prezzi più alti per incrementare la produzione, anche se questa volta sono più forti i timori che, a fronte dell'esplosione della domanda (effetto Cina), non sempre sia possibile adeguarsi. È indicativo tuttavia che già un anno fa, secondo l'Associazione canadese dei datori di lavoro, il salario medio dei geologi fosse rapidamente aumentato del 40% e superasse ormai quello dei detentori di un master in business administration. I futures sul grano sono scesi a Chicago del 40% dai picchi di febbraio, a fronte di un massiccio aumento delle semine. Il mais è aumentato del 15 per cento.
Il boom delle commodities si spiega, oltre che con la maggiore domanda soprattutto asiatica, anche con la ricerca di garanzie (hedge) contro l'inflazione e il minidollaro. I prezzi in dollari, dice la tesi, sono saliti scontando già l'indebolimento di lungo periodo della valuta americana, come fecero 35 anni fa, cautelandosi da una moneta fornita in eccesso e quindi destinata a deprezzarsi. La bolla del dollaro creata dalla Federal reserve di Alan Greenspan avrebbe alimentato prima la bolla immobiliare e ora quella delle commodities. Molti miliardi di dollari fuggiti in tempo dalle cartolarizzazioni dei mutui hanno trovato terreno promettente qui. La bolla c'è probabilmente, e questa è la tesi di George Soros, fra gli altri, per il petrolio. Il mercato dei futures poi condiziona al rialzo tutto il settore.
La tesi della debolezza del dollaro come causa della corsa dei prezzi è in parte smentita dal fatto che le materie prime sono aumentate non solo in dollari (nel caso del mais +30,5% in dollari e +19% in euro). Ma l'ipotesi convergente dollaro debole/inflazione trova conferma storica se si analizzano i tre grandi periodi precedenti di corsa della commodities, tutti segnati dall'inflazione: 1939-1948, durato 7 anni e 6 mesi con un aumento medio di prezzi del 458%; più breve ma ben più intenso, pur senza una guerra mondiale, il più 620% del periodo 70-75, durato 4 anni e 8 mesi; un terzo periodo è a cavallo degli anni 80, prima che il dollaro venisse stabilizzato da Paul Volcker.
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Da dove viene gran parte dei prodotti che mangiamo a colazione? Da dove vengono le materie prime con cui è fatta l’automobile? E i gingilli che usiamo sfrenatamente per le nostre esigenze: telefonini, iPhone, Nokia N95, telecamere... da quali materie prime sono prodotti?
Diceva Martin Luther King: "Prima che tu finisca di mangiare la colazione quest’oggi, tu dipenderai da metà del mondo. Non avremo pace sulla terra finché non avremo compreso questo fatto basilare".
E’ dunque semplicissimo vedere il legame fra globalizzazione e commercio. Ed è altrettanto semplice vedere quali sono gli attori principali: poche centinaia di imprese producono gran parte di ciò che consumiamo, tanto noi italiani quanto gli abitanti degli altri paesi.
Oggi più che in qualsiasi altro periodo storico i prodotti che consumiamo vengono fabbricati in tutto il
mondo, o quantomeno utilizzano materie prime provenienti da vari paesi. E’ dunque avvenuto un processo di "delocalizzazione" della produzione, ossia sempre più imprese – principalmente nel tentativo di ridurre i
costi - hanno spostato la fase di produzione delle merci che acquistiamo nei cosiddetti paesi in via di
sviluppo.
I settori più “globalizzati” sono principalmente tre: agricolo, estrazione delle materie prime in generale e
manifatturiero, ossia le attività che richiedono l’utilizzo di molta manodopera.